Una riflessione del professor Pierluigi Sacco su LinkedIn mi ha colpito molto: il Festival soffre di una chiusura strutturale selezionando solo quello che ha già dato risultati, portando inevitabilmente a un piattume uniforme.

Ha ragione, certo. Ma dentro di me sento di dover fare un passo ancora più brutale: l’industria italiana ha una paura matta del vuoto.

Per anni abbiamo confuso la “professionalità” con la “prevedibilità”. Vogliamo che il brano vada in playlist? Deve suonare come quello che ha vinto l’anno scorso. Vogliamo un artista che non faccia rumore? Deve avere un’estetica rassicurante. Ci siamo comportati con l’AI prima che l’AI invadesse il nostro mondo.

Il risultato è una produzione tecnicamente ineccepibile, ma decisamente priva di anima.

Le hit che restano, quelle che non hanno bisogno di un algoritmo per essere ricordate, nascono quasi sempre da una rottura. Nascono quando qualcuno ha il coraggio di essere “troppo” o semplicemente diverso.

E sulla creatività  il mondo della musica dance ed elettronica ha sempre segnato il passo. in Italia, abbiamo in casa, tra tutti, due artisti giganti che hanno raggiunto la cima del mondo creando un suono nuovo: Robert Miles con “Children” e Benny Benassi con “Satisfaction”.

Il mercato non è una scienza esatta che puoi ottimizzare a tavolino. Se oggi ci sentiamo soffocare dal “già sentito”, la colpa non è di un solo soggetto, ma di un ecosistema che, in nome di obiettivi di business sempre più sfidanti, preferisce la tranquillità di un progetto clonato al rischio di un’idea originale.

Smettiamo di cercare il consenso immediato. Iniziamo a costruire identità forti che non chiedono il permesso.

Il resto sono solo chiacchiere.

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Sono Andrea Corelli, Professionista ed Advisor dell’Industria Musicale.

Da lunedì a venerdì condivido su Linkedin strategie, backstage o storie dietro una canzone. Il weekend mi godo il flow.

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